72° Ciclo Spettacoli Classici
Il testimone della direzione di questo 72° Ciclo è passato in mano a Giancarlo Marinelli, da lui intitolato “Muoiono gli Dei che non sono cari ai giovani” invertendo semanticamente una citazione di Menandro: “Muore giovane chi è caro agli Dei”. L’inversione che non può esistere senza tensione.
Se nella tragedia è studiato il rapporto tra gli uomini e il Fato, il conflitto tra uomini e dèi dove il confine tra essi è un orizzonte simile ad una cortina di ferro, nel dramma elisabettiano è studiato lo sfaldamento di tale barriera, l’azione, cioè tensione e ribellione ad un tempo degli uomini, stanchi d’essere solo demoni in rappresentanza terrestre, aspiranti ad un dominio incondizionato ed assoluto; mentre nel dramma moderno si racconta quasi sempre di uno schianto che segue quell’azione, nella caduta dopo l’ascensione che, nel risollevarsi, diventa dunque inversione.
Gli uomini non si sottomettono più al Fato, ma ne vogliono diventare padroni; ma il nostos, il viaggio di ritorno nella antica letteratura greca dal senso anche nostalgico, verso casa è peggiore di quello di Ulisse; è un ritorno dove non si trovano più i Proci, ma uno specchio in cui Ulisse si accorge di essere uni dei Proci.
Socrate è un uomo che deve rispondere di empietà, corruzione dei giovani ed oltraggio agli dei, verso chi lo vuol condannare a morte; Adriano invece è un semidio che risponde direttamente di fronte alla morte per il suo amore verso un giovane. Sono due eroi prigionieri, a cui sono concessi solo la retorica ed i ricordi, costretti alla passività; all’opposto sono Medea ed Ecuba che sono assolutamente attive, elisabettiane.
La tragedia parte da una situazione di passività, ma il suo cuore è nell’azione. Medea ed Ecuba organizzano, aggrediscono, agiscono imponendosi come l’ordine produttivo e riproduttivo del mondo.
Nella visione di Marinelli, assistendo a tale passaggio, è inevitabile un contagio dell’inversione: dal titolo alla percezione. Diventa necessario chiedersi non quanto i classici siano ancora attuali oggi, ma quanto l’oggi sia attuale dinnanzi ai classici; quanto siamo attuali noi dinnanzi ad Adriano, Socrate, Medea, Ecuba o Palladio stesso; quanto li giudichiamo divinità intoccabili che a loro volta non possono né vogliono più toccarci, o quanto invece li consideriamo uomini vicini a noi.
Muoiono gli dèi che non sono cari ai giovaniidentifica nell’assistere l’esperienza più sacra del teatro, cioè l’impotenza di trovarsi passivamente difronte ad un cataclisma o un prodigio, oppure “assistere” inteso come aiuto verso qualcuno di debilitato, malato, convalescente per sostenerne la guarigione.
Quindi in questo Ciclo viene data importanza allo sguardo, che mira all’Olimpico, e agli spettacoli inscenati al suo cospetto, per sostenerne la monumentale bellezza.
Per rappresentare questi concetti Alessandra Pizzi ha adattato e diretto in prima nazionale il suo “Apologia di Socrate”, un’incondizionata difesa dell’antico filosofo e dei suoi insegnamenti dalle gravi accuse; la condanna a morte di Socrate rappresenta l’archetipo dell’errore giudiziario, dramma di tutti i tempi. Allo stesso modo il regista Andrea Chiodi ha portato, anch’egli in prima nazionale, il testo di Euridipe rivisitato dalla drammaturga Marina Carr: “Ecuba”. Rivissuta la tragedia che accomuna antichi e contemporanei: la disperazione di una madre, la lotta dei figli, la crudeltà del potere, la solitudine e l’umiliazione dei vinti. La guerra è dominante e ineluttabile ma è stato interpretato come uno scontro diretto e feroce nella mente dei personaggi, un conflitto privato e interiore.