Il Festival - NOSTOS. Se tu non torni

Il ciclo di Spettacoli Classici

Una storia senza eguali

Dal 1585 il Teatro Olimpico di Vicenza è il teatro coperto più antico nella storia della cultura occidentale. Per la sua meravigliosa architettura palladiana, il Teatro è stato inserito dall’Unesco nella lista dei Patrimoni dell’Umanità.Dal 1934 è sede di uno dei più antichi, significativi e continuativi, “cicli di spettacoli classici”, un programma di rappresentazioni teatrali dedicate al teatro classico, che negli ultimi tre anni ha inteso proporre una nuova visione sulla possibilità di un dialogo tra classico e contemporaneo.Nell’ambito del “Ciclo di Spettacoli Classici” il palcoscenico del Teatro Olimpico ha sempre ospitato i massimi interpreti e registi nazionali e internazionali del XX secolo.

Il programma della 73° edizione

NOSTOS. Se tu non torni

Diario di bordo

Per il nono anno consecutivo, il Comune di Vicenza ha affidato l’organizzazione tecnica e operativa del “Ciclo di Spettacoli Classici” alla Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza.La direzione artistica del 73° Ciclo di Spettacoli Classici sarà affidata a Giancarlo Marinelli, scrittore e regista.

_ Impietriti
Nel disastro mondiale causato dall’imperversare dell’immondo virus, tutto si è fermato.
Ma qualcosa rischia di fermarsi più di ogni altra cosa. E’ il teatro. E quando parliamo di teatro non ci riferiamo tanto e solo, (e di per sé basterebbe), all’industria del palcoscenico; quanto al più antico, profondo, irrinunciabile momento di aggregazione umana che attraverso il rito dello spettacolo diventa civiltà.
Così come due creature che si amano possono fondare una famiglia, anche colui che assiste e colui che inscena, di fatto, fondano la civiltà. Che è pensiero critico, narrazione storica, preveggenza di temi, affermazione di principi, svisceramento di problemi, avanzamento di soluzioni.
Il teatro è questo: è la scienza esatta della civiltà che si autorappresenta e si definisce.
Fermare il teatro significa bloccare la civiltà. Se poi il teatro è l’Olimpico di Vicenza, il teatro al coperto più antico e più bello del mondo, quel blocco diventa ancora più drammatico.
Ripartire da qui significa dire al mondo non solo che Vicenza, il Veneto, l’Italia non si fermano. Perché è il mondo che lo dice a se stesso.
Marzo 2020

_ La Creazione chiede di Noi
Come direttore artistico del Ciclo dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza, nello stravolgimento di un programma che vedeva chi scrive e la sua squadra di collaboratori impegnati da più di un anno, sono stato fortemente orientato nelle scelte da necessità fortemente ideali, prima ancora che di natura logistica o meramente applicativa.
Certo, mi sono chiesto come tutti: “Come faremo a rinunciare alle strade, alla gente, agli amici, alle cose familiari, ai cinema, ai teatri? Come faremo a rinunciare alla natura e alla vita?”.
Ma la domanda più pressante è venuta un attimo dopo: “Come faranno il teatro, la musica, il cinema, la natura e la vita a rinunciare a noi?”.
Questo è l’interrogativo, un limio incessante del cervello, a cui dobbiamo dare risposta. A cui la scienza esatta del teatro deve rispondere con urgenza.
Come possono il teatro più bello del mondo, Andrea Palladio, Vincenzo Scamozzi, rinunciare al mondo? Quale il senso della creazione, di ogni creazione, soprattutto la più perfetta, se non ha occhi che la ammirano, respiri che la assorbono, corpi che la animano?
È solo un virus che ha bisogno di “ospiti” per diffondersi e portare la morte, oppure a maggior ragione è lo splendore che necessita di abitanti per diventare la casa di tutti? Verrà la vita e avrà i tuoi occhi, potremmo dire mutando Cesare Pavese. Ma quando torneremo alla vita? E quando la vita tornerà da noi?
Dunque, il 73° Ciclo dei Classici dovrà raccontare soprattutto questo: la struggente malinconia dell’Olimpico, dello Splendore che si è fatto materia, del Teatro che lì sotto vive con tutti i suoi attori, autori, tecnici, per il pubblico che non c’è. O che non c’è stato.
Perché nella speranza che le restrizioni si sciolgano del tutto o in parte, non possiamo dimenticare il lasso di tempo passato nel vuoto luttuoso e dolente di uomini e donne che ci hanno lasciato; di storie che dovevano essere e non sono state. Se ogni vita perduta è uno spettacolo che viene a mancare, ogni spettacolo perduto è tante vite che non vivranno, che non vivremo più.
Aprile 2020

_ Presagio Postumo
Sarà colpa di una strana coincidenza retroattiva, di un asimmetrico ricordo di oggi che suona come il fosco presagio di ieri, ma sta di fatto che l’ultima volta che sono entrato nel Tempio dell’Olimpico da una radio risuonavano le note di una canzone di Miguel Bosè che s’intitola: “Se tu non torni”.
Ecco, potrebbe essere il titolo nuovo di questo rivoluzionato, (e speriamo rivoluzionario), Ciclo dei Classici. E persino il testo intero potrebbe interpretare perfettamente quel senso di struggente malinconia di cui sopra abbiamo parlato: “Se tu non torni, non tornerà nemmeno il sole…”.
Non torneranno le rondini, la terrà non sarà più bella se i tuoi passi non la solcheranno, le stagioni e ogni cosa appassiranno senza di te, e così via.
Di qui l’esigenza di pensare in una sequenza logica e cronologica a grandi titoli del mondo classico capaci di incarnare questo canto notturno di “pastori erranti”, di “eroi erranti”, che invocano, vivono, (e muoiono), nel rapporto con il pubblico: La Signora Dalloway di Virginia Woolf; Elena e Penelope, una lectio olimpica di Giorgio Montefoschi; Ecuba e le Streghe di e con Ivana Monti; Noi-Dialoghi Shakespeariani di e con Anna Galiena; Palladio Magico pensato per le famiglie, Il lupo e la luna di Pietrangelo Buttafuoco; Clitennestra. I morsi della rabbia di e con Anna Zago;Una Piccola Odissea di e con Andrea Pennacchi; e altro ancora.
Maggio 2020

_ Siamo giunti, siamo giunchi
Il cielo, non l’animo mutano coloro che attraversano i mari, scriveva Orazio. Non so quanto avesse ragione. Di certo un mare in tempesta, l’abbiamo attraversato. Come del resto dice in modo potente l’immagine che abbiamo scelto per il 73° Ciclo dei Classici. Ed è stato un mare oscuro e violentissimo che in modo fulmineo ha spazzato via mesi di lavoro, di investimenti, di trattative, riunioni, traffico meraviglioso di voci e talenti. Tutto polverizzato, annientato, spezzato, rimandato.
Non si apre più, non si recita più, non si seduce, non si ammalia, non si racconta, non si tramanda, non si ricorda non si riflette non ci si vede non ci si incontra. Più. Tremendo. Per quanto? Chissà.
E più passavano i giorni, le settimane, e più il lavoro si faceva incessante. Ma come per Jean Luc Godard: Gli autori non hanno diritti. Hanno solo doveri.
Il mio, il nostro dovere era quello di attraversare quel mare e di mettere in salvo l’Olimpico.
Il mio, il nostro dovere era quello di cambiare il cielo, il cartellone, le produzioni dell’Olimpico. Ma non l’animo, non la luce, non la perfezione palpitante del teatro al coperto più antico e più bello del mondo.
Il diritto di Vicenza invece - e di ogni uomo che vive nella e per la bellezza- era di poter tornare a casa; il diritto di tornare ad abitare il luogo sacro della sua identità. A pensarci bene, noi non siamo stati il Nostos, noi non siamo Ulisse. Ulisse che torna a casa è il pubblico. Che sa benissimo che casa non è un indirizzo civico, ma il posto delle fragole, per dirla con Ingmar Bergman: casa è dove c’è qualcuno che ci ama; e qualcuno che noi amiamo. Sufficiente è persino il ricordo di quell’amore, la presenza assente di una traccia perduta.
Noi, di questo Nostos, di questo viaggio sulla cresta del male e del mare, siamo stati i remi, i polmoni, la chiglia, il cane Argo tormentato dalle zecche e legato all’albero maestro, Nausicaa che sveglia il guerriero, o qualcosa del genere. Qualunque cosa che dice però di una assoluta fedeltà, dedizione per Ulisse che voleva e doveva tornare. Lui ora è pronto a toccare la terraferma, la terra amata, la donna ferma, il regno infermo, la patria amata.
Noi - quel qualcosa del genere simile alla devozione assoluta- siamo pronti a vegliare sulla rinascita di un uomo nello splendore della sua casa che si era rassegnata a fare a meno di lui. Vedere il pubblico, speriamo tanto, tantissimo, che sale e scende dalle gradinate, che sale e scende sui dorsi di Palladio e Scamozzi, sarà quest’anno il vero unico miracolo del teatro. Siamo giunti e siamo giunchi. Ecco, questo siamo stati. Alla fine l’abbiamo capito. Perché a giunchi quel mare rapinante ci ha ridotti. Ma se uno dopo l’altro, se uno dentro l’altro, se uno sopra l’altro, se uno dietro l’altro, siamo riusciti ad essere gradini improvvisati, appigli insperati, pontili traballanti, minute scialuppe di salvataggio per il naufrago che doveva salvarsi, va bene così.
E potrebbe capitare persino che Ulisse prima di addentrarsi nelle cose nuovamente familiari di Itaca si volga appena, veda quel piccolo relitto che se ne sta lì a riva a mirarlo, e che per un attimo pensi che gli appartenga come e più di Itaca stessa. Che ciò che l’ha aiutato a tornare a casa, sia divenuto a sua volta e a suo modo una casa. Questa sarebbe la felicità più grande per ogni giunco che sogna. Ché se per Pindaro il sogno di un’ombra è l’uomo, per uno stralunato sillogismo poetico, potremmo dire che il sogno d’un giunco è il tetto. Anche solo una tegola, uno sbuffo di fumo dal camino, l’avanzo d’un gallo segnavento diroccato.
Se qualcuno guarderà a questo nostro viaggio riconoscendosi anche solo un poco, sarà il massimo. Sarà spettacolo, sarà la felicità. O qualcosa del genere.
Giugno 2020

Giancarlo Marinelli