Il Festival - DOMANI NELLA BATTAGLIA PENSA A ME

Domani nella battaglia pensa a me

Il 75° Ciclo di Spettacoli Classici si propone di affrontare il tema dell’intervento da parte dell’Uomo sulla Storia e sulla Natura. In una ideale architettura iniziata sotto la stessa direzione artistica quattro anni fa, (e nonostante le inevitabili deviazioni dovute alla pandemia), il nostro pensiero è sempre stato rivolto a raccontare la crisi della vetta del teatro classico, (la tragedia), che nel tempo degrada, si trasforma, diventa qualcos’altro.

Più volte abbiamo ricordato che la tragedia antica e più in generale l’arte teatrale classica diceva del rapporto tra dei e uomini; che quella vittoriana metteva di fronte uomini contro uomini; e che quella moderna invece si occupa del conflitto dell’uomo contro se stesso. Dunque, dalla ribellione degli uomini che si vogliono liberare dal giogo e dalla sudditanza agli dei, agli uomini che combattono l’un contro l’altro per imporre, (quasi divinamente), la loro volontà e il loro arbitrio; sino alla solitudine, alla nevrosi dell’uomo moderno che, proclamatosi dio, se ne sta nel suo Olimpo, (sovente infernale), a meditare sulla propria identità, sul proprio tormento e sul senso del mondo.

Possiamo ben dire che questo 75° Ciclo è da ascriversi a quella sottile linea di confine che separa il secondo momento dal terzo; e cioè il momento in cui gli uomini si relazionano e configgono contro altri uomini, e quello in cui gli uomini invece si guardano solitari e sgomenti allo specchio. Questa linea di confine, questa umbratile frontiera ha evidentemente a che fare con ciò che l’uomo “divino” lascia agli altri e a se stesso.

Ha a che fare con l’impronta, la traccia, la Storia. Con il ricordo.

Il Bardo e Javier Marias

Il titolo scelto per il 75° Ciclo di Spettacoli Classici riassume perfettamente il senso più profondo di questa ulteriore tappa narrativa che andiamo a compiere. Dice perfettamente del desiderio degli uomini di combattere, lottare, sacrificarsi contro altri uomini al fine di lasciare un’impronta eterna di se stessi. Dice della individualità umana che si erge a divinità e che cerca nel ricordo degli altri l’altare intimo e personale a futura memoria e devozione. Domani nella battaglia pensa a me: “Non pensare a Zeus, non alla patria, non alla città, ma a me. Perché io sono Zeus, la patria, la città”. Il punto è che queste bellissime parole che raccontano l’epos umano, la sua avventura apparentemente forgiata nell’eroismo e nel valore, sono in verità parole “ricordate” male. Molto male. Sono arrivate a noi esattamente come le abbiamo raccontate sopra; l’epitaffio guerresco elegiaco, disperatamente romantico, si è incastonato nella nostra memoria e nel nostro immaginario collettivo in modo radicalmente errato. A riprova che ciò che lascia l’uomo è un deposito di storia e pulsioni suscettibile di essere modificato a seconda di chi guarda a quel ricordo e a come lo fa suo. In verità questa è l’origine e la integralità del testo. Trattasi del Riccardo III del Bardo:

“Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia di ruggine. Che io pesi domani sulla tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto, e finiscano i tuoi giorni in luttuosa battaglia. Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori”. Le parole dunque appartengono al fantasma della Regina Anna che le scaglia sul Re che l’ha fatta uccidere. Si tratta di un vera e propria maledizione che, grazie (o per colpa) del titolo del celebre romanzo di Javier Marias, è arrivata a noi in una veste percettiva completamente diversa.

E’ presto detto; l’equivoco di una frase, di questo titolo “ricordato male” è congeniale al nostro racconto: il racconto delle gesta degli uomini che nel tentativo di lasciare qualcosa di definito e definitivo, di chiaro e irrimediabile, di immortale, (come si conviene agli dei), si vedono invece quasi puntualmente fraintesi, equivocati, traditi.

Tradere. Tradurre, tramandare, trasmettere. E, appunto, tradire.

La Sottile Linea Olimpica

Come nel capolavoro di Terrence Malick, La Sottile Linea Rossa, in cui la bellezza sovrumana della Natura faceva da contraltare alla guerra degli uomini, nello stesso modo vogliamo concepire l’Olimpico rispetto ai protagonisti e alle partiture drammaturgiche che andranno ad inscenarsi sul palco al coperto più antico e più bello del mondo.

Le opere scelte mettono al centro esattamente questo: l’agognare umano all’immortalità; e l’immortalità passa per la pretesa umana di lasciare agli altri un segno imperituro e indelebile del suo agire e dipanarsi nella storia.

Ma come abbiamo spiegato, Domani nella battaglia pensa a me può voler dir tutto e niente: può voler dire: “Pensa a me e così vincerò”; oppure: “Pensa a me perché avrò paura”; e ancora: “Pensa a me perché io combatterò al posto tuo”; inoltre: “Pensa a me e così non morirò”; e ancora: “Pensa a me perché in quella battaglia sarai l’unica persona al mondo che serberà il ricordo della mia lotta”.

E poi un altro quesito: chi dice questa frase? Chi va a combattere o chi rimane a casa?

Come si è appena dimostrato, nel momento in cui l’uomo slega il suo essere percepito e ricordato da un ideale più alto, (Stato/Civiltà, Dei/Religione), finisce per essere equivocato, distorto, schiacciato da quello stesso girone immortale di cui non solo vuol far parte, ma che addirittura vuole governare.

La bellezza ci sovrasta, ci prescinde, la bellezza ci schiaccia. Più pretendiamo di addomesticarla, di sostituirla, di alterarla, di soggiogarla, più risplende fino ad accecarci, ad annientarci. L’idea portante e finanche assai ambiziosa è quella di raccontare le azioni di uomini che sotto l’Olimpo e l’Olimpico han provato a piegarlo, a raggiungerlo, per finirne “drammaticamente” polverizzati. Con l’effetto quasi parossistico che di loro rimane uno spettacolo finito, mentre della Bellezza Olimpica il ricordo immortale. Di più: l’unico tramandare che esclude il tradire.

Andiamo a declinare questi concetti negli spettacoli previsti.

Assassinio nella Cattedrale

L’apertura del Ciclo viene affidata al grande testo di Thomas S. Eliot. Si tratta di una prima assoluta- permetteteci il gioco di parole- in termini “assoluti”. Infatti il capolavoro non è mai stato inscenato all’Olimpico di Vicenza.

Assassinio nella cattedrale è anche strutturalmente un’opera perfetta per il concept del nostro viaggio: è un dramma moderno, (la prima pubblicazione è del 1935), che però viene scritto e concepito come un tragedia greca con tanto di coro, con echi fortissimi al contempo dal mondo elisabettiano. Insomma, mette insieme in una volta sola le tre tappe del nostro percorso più volte ribadite: tragedia, dramma elisabettiano, dramma moderno.

Anche l’eroe narrato risponde ai canoni delle nostre pretese narrative: in Assassinio si narra la vera storia dell’arcivescovo di Canterbury Thomas Becket; in particolare i giorni che precedono la sua morte violenta, dal 2 al 29 dicembre del 1170. La contrapposizione tra potere temporale e potere spirituale trova nell’accettazione del martirio da parte di Becket uno dei momenti più alti della letteratura teatrale e non solo, mondiale.

Si tratta di un uomo diviso a sua volta tra nascosta smania di potere da un lato e fede assoluta in Dio dall’altra; un uomo indeciso tra abnegazione e incarnazione del Cristo, (i messi luciferini lo testimoniano), e più o meno volontaria tensione a usare lo stesso Cristo per sostituire il potere temporale con un altro di dubbia spiritualità.

Perché Becket muore? Perché è convinto che così vuole Dio? O per costringere Dio a tenerlo alla sua destra dopo anni in cui l’operato dell’Arcivescovo è stato a dir poco ambiguo se lo si guarda sotto il profilo pastorale e religioso? Nella sua battaglia fideistica, Becket a chi chiede di essere ricordato? A Dio o agli uomini?

Prodotto in collaborazione con il Quirino di Roma e con una grande compagnia siciliana, Assassinio nella Cattedrale segna il sodalizio tra Veneto e Sicilia, (passando per il più importante teatro romano e italiano), tra Vicenza e Catania, tra l’Olimpico e i grandi teatri di pietra siciliani. In quei teatri infatti debutterà nella stagione estiva per poi approdare a Vicenza.

Con un interprete d’eccezione: Moni Ovadia. Il più grande interprete della tradizione ebraica che si confronta con il più strenue eroe inglese “invaso” dalla fede cristiana; un’altra battaglia, tutta dentro l’attore.

Prometeo Incatenato

Ma affondando a piene mani nella classicità, non c’è dubbio che Prometeo Incatenato rappresenti il sunto più lacerante e tragicamente riuscito di questa idea di ribellione, battaglia, ricordo, traccia di sé da consegnare ai postumi.

Diviso dalla natura stessa, metà dio e metà uomo, Prometeo regala il fuoco e la sua segreta potenza agli uomini. E’ un titano che sceglie da che parte stare, e viene confinato nella sottile linea rossa verticale di una rupe, fatta di catene e sprezzo d’Apollo. Lì subirà torture, interrogatori, dileggi, tentazioni; come una sorta di prigioniero politico celeste.

Prometeo forse non sceglie l’umanità; sceglie se stesso perché sa che schierarsi con gli dei sarebbe finire ultimo tra i primi, mentre mettersi dalla parte degli uomini significa divenire primo tra gli ultimi. La sua ribellione, la sua battaglia sono il risultato di una vanità già terrena, o il pensiero (sovr)umano destinato a destabilizzare l’assetto dell’Olimpo?

Certo, Prometeo lascia il fuoco agli uomini, con tutto ciò che ne deriva, (si pensi al “fuoco” che ha bruciato l’Ucraina). Ma come viene ricordato Prometeo? Quale la sua discendenza sulla terra? Cosa hanno imparato gli uomini da Prometeo e cosa gli dei?

A questo risponde un grande maestro del teatro contemporaneo italiano e europeo: Gabriele Vacis. Che da un lato riceve il battessimo olimpico di Vicenza, (per la prima volta una sua regia); dall’altro tiene a battesimo una giovanissima compagnia che attorno alla sua prestigiosa direzione si è riunita.

Coerente alla sua vocazione fin dall’inizio, (la Tragedia Innocente che anche quest’anno ritorna), il Teatro Olimpico continua a dare spazio alle realtà emergenti del nuovo teatro italiano; va incontro alla giovinezza non temendone le collisioni, gli stridori, ma anzi accogliendone l’azzardo e la freschezza.

La Voce Umana

Per il 75° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza, La Voce Umana di Jean Cocteau rappresenta una novità assoluta nel panorama italiano e internazionale. Una sorta di opera in prosa che metterà al centro il famoso monologo al telefono sull’abbandono, (su cui si sono cimentate con risultati straordinari Anna Magnani e Anna Proclemer), consumato da una donna che parla per l’ultima volta con il suo amore perduto.

Nella versione che ci accingiamo ad allestire, (interpretata da un’attrice francese di chiara fama), presente anche il cane a cui si fa riferimento nel testo, qui personificato da un mimo/attore nascosto dentro una struttura scenografica meccanica in grado di restituire sulla scena le sembianze di un lupo con impressionante verosimiglianza, (esperimento mai provato nelle altre messe in scene).

La solitudine di una donna che parla, soffre, dipana le trame del suo dolore quasi guardandosi allo specchio. In uno spettacolo che partendo da quella solitudine vuole moltiplicarla fino a giungere a una ricchezza estetica di elementi teatrali, di fusione di discipline capaci di assicurare un risultato espressivo unico e assoluto.

L’eroina di Cocteau diventa qui una creatura del tutto straordinaria: Marilyn che subisce l’abbandono di Kennedy, Afrodite lasciata da Zeus; il testo e la sua musica in presa diretta, (“filo diretto” si dovrebbe dire pensando al telefono), scavalcano la quarta parete. E in questa battaglia, il pubblico dovrà decidere a chi pensare; se a quella parte di sé che è stata abbandonata o a quella che ha abbandonato.

Prodotto dal Teatro Nazionale della Toscana La Pergola di Firenze, il Nuovo Teatro Parioli di Roma, il Teatro Ghione di Roma e il circuito Porta d’Europa, per la regia del direttore del Ciclo Giancarlo Marinelli, La Voce Umana vuole essere il passaporto del Teatro Olimpico per l’Italia e l’Europa.

Ritorno del Soldato

L’Histoire du Soldat, dopo il successo dell’anno scorso e che ha contribuito alla consacrazione di Drusilla Foer, (il vero fenomeno teatrale del momento in Italia), ritorna a grande richiesta in un teatro finalmente a capienza piena. C’è tutto il grande tema classico in quest’opera: c’è innanzitutto la Nemesi come in pochi altri testi di ispirazione neoclassica, (il Soldato vende il violino e l’anima al Diavolo, in cambio di una ricchezza che lo priverà di tutto). C’è la necessità del compositore russo di usare la musica, il teatro, la bellezza per metterli su un carretto viaggiante in grado di sfidare la Grande Guerra e i suoi infiniti lutti.

Ci sono la malattia, l’infezione, la povertà; ci sono tenebre con ombre lunghe come le nostre, visto che Stravinskij in Cronache della mia vita scrive: “I nostri progetti sull’ Histoire erano ben più vasti. Volevamo andar per tutta la Svizzera con il nostro carro ambulante. Ahimè, non avevamo fatto i conti con la Spagnola che mieteva vittime in tutta Europa. Non ne fummo risparmiati. Uno dopo l’altro fummo tutti colpiti. Così svanirono le nostre belle prospettive”.

C’è la battaglia di un uomo che ha attraversato la guerra e gli inferi, e si interroga circa il senso della vita, del futuro dell’umanità, della bellezza, dell’amore: nessuno come il Soldato “pensa al pensiero”. Pensa a come riuscire a trovare un posto nel mondo; e a come quel posto debba diventare il mondo. Ma c’è soprattutto l’Olimpico dentro Stravinskij e Stravinskij dentro l’Olimpico.

Scrive ancora Igor Stravinskij: “La musica è il solo dominio nel quale l’uomo realizza il presente. Causa l’imperfezione della sua natura, l’uomo è destinato a subire il passar del tempo senza poter mai rendere reale, e pertanto stabile, il presente. La musica stabilisce un ordine nelle cose, soprattutto fra ‘l’uomo’ e il ‘tempo’. E’ la stessa sensazione prodotta in noi dalla contemplazione delle forme architettoniche. Come dice Goethe: ‘L’architettura è musica pietrificata’”.

Partendo da questo assunto, naturale mettere insieme le due forme in una sola: quella della partitura dell’Histoire con quella sublime dell’Olimpico di Vicenza. Lo spettacolo deve avere questo fine: fare dell’Olimpico musica pietrificata, e dell’Histoire di Stravinskij pietra musicata.

Non è un caso che si racconti, partendo da una antica leggenda popolare, dello scambio d’un violino tra il Soldato e il Diavolo, (quella che comunemente vien definita così: vendere l’anima al diavolo), in un viaggio di ritorno dalla guerra verso ruscelli natii, paesi dell’infanzia e promesse spose della giovinezza.

Il Soldato cerca “un ordine” nel suo nostos, nel suo ritorno a casa; e non sa se affidarsi, per un approdo felice, al suo talento, (il violino), o ad un cambiamento repentino, (la ricchezza facile che gli offre il Diavolo attraverso un libro magico): è la metafora d’un mondo che, nel disastro della guerra, sta mutando, e non sa se sia giusto considerare la tragedia come una ferita che si deve a tutti i costi cicatrizzare e dimenticare, o se invece non sia giusto fare di quella stessa tragedia un’opportunità di cambiamento radicale.

A ben pensarci, l’Olimpico, il teatro più antico e più bello del mondo, è “un ordine” che muove però dallo stesso disordine: cosa volevano lasciare veramente Palladio e Scamozzi? Scamozzi fece le Vie di Tebe per un solo spettacolo o sapendo già che quella scena sarebbe diventata una scena universale? L’architettura, per dirla con Goethe e Stravinskij, era pensata come musica pietrificata, o invece come pietra interscambiabile e sostituibile?

A dare risposta ai primi come ai secondi quesiti, interviene “il tempo” e soprattutto l’arte.

Grande parte della produzione di Stravinskij ha in fondo a che fare con l’infanzia del mondo e della civiltà: da un lato la sublimazione della leggenda popolare, (Histoire, Petruska, Pulcinella, Il Bacio della Fata); dall’altro la rivisitazione del mito classico, (Orpheus, Apollon Musagete, Oedipus Rex). Ed è proprio sull’infanzia del mondo dentro il luogo che rappresenta il culmine dell’arte classica, che si fonda l’idea di questo allestimento. Che sarà null’altro che una favola, nella convinzione che solo la fabula sia nemesi: e cioè l’ordine tra uomo e tempo. Una favola vista ed ascoltata da un bambino, (davvero presente, al centro del proscenio, dall’inizio alla fine).

La grande facciata palladiana sarà tramutata, grazie alla multivisione di Francesco Lopergolo, nella finestra familiare che guarda il paesaggio esterno, (le Vie di Tebe che diventano via via il bosco, il ponte sul ruscello, il villaggio, il castello e ogni altro luogo della partitura); la duttile vocalità di un corpo spurio di poesia come quello di Drusilla Foer, (che farà tutte le voci esattamente come una madre quando racconta l’Histoire); la grazia principesca, la determinazione e la sapienza musicale di Beatrice Venezi alla direzione dell’Orchestra, (nell’idea estetica la Venezi vera Principessa dell’Histoire); la coreografia originale, una mimesi danzante di Andre De La Roche, (sarà anche il Diavolo in scena), faranno e han già fatto dello spettacolo, (per la regia del direttore Giancarlo Marinelli), un grande appuntamento olimpico.

Tragedia (o Battaglia) Innocente

Irrinunciabile anche in questa edizione è la presenza di Giovanna Cordova e dei suoi splendidi e giovanissimi attori dell’accademia. Divenuti anche grazie all’Olimpico una realtà tra le più importanti ed effervescenti del panorama teatrale veneto e italiano, saranno chiamati quest’anno a un duplice compito: da un lato mettere in scena Assassinio nella Cattedrale in pomeridiana, declinandolo però, grazie alla scrittura di Antonio Stefani, nella storia antica di Vicenza dove un alto prelato è stato ucciso per davvero, in una trama oscura molto simile a quella di Thomas Becket.

Lo spettacolo sarà inscenato nel refettorio davanti al Duomo di Vicenza, nel luogo esatto in cui è stato consumato il delitto. Dall’altro, i ragazzi di Tema Academy, sempre diretti da Giovanna Cordova, metteranno in scena all’Olimpico, per la sezione Tragedia Innocente, la più grande tragedia elisabettiana che rappresenta la congiunzione perfetta con quella classica: Romeo e Giulietta di William Shakespeare.

Olimpico off

Gli spettacoli olimpici ma fuori dall’Olimpico chiudono in questa edizione un ideale cerchio tracciato tre anni fa. Probabilmente nel cortile di un ex istituto psichiatrico, Il Teatro dei Borgia ultimerà la sua trilogia, (già visti nei Cicli precedenti, Medea per Strada e Eracle), mettendo in scena un moderno Filottete. Come è d’uso nella storia di questa compagnia, il mito viene qui riletto dentro le pieghe e la piaghe della contemporaneità; nella fattispecie la malattia mentale, la sconnessione dalla realtà, l’impossibilità di Filottete di rientrare nel mondo dei “normali”, per finire reietto in quello dei “disturbati”.

Filottete non ricorda e quindi non pensa. Non pensa e quindi non può essere ricordato. Nella tradizione ormai consolidata, (e classica), del lavoro di Gianpiero Borgia, il Filottete innesta la potenza del mito dentro l’ordinaria follia d’un tempo dimentico di eroi.

Altre Battaglie, Altri Ricordi

Per andare nella profondità dei temi affrontati, sono stati poi concepiti numerosi appuntamenti: dal Filò Olimpico di Antonio Stefani, (memoria preziosa e critico lungimirante della storia teatrale Olimpica); agli eventi di quello che è ormai diventato il luogo del dibattito culturale e letterario del Ciclo: la Biblioteca Bertoliana, presieduta da Chiara Visentin.

Dove, assieme agli incontri sugli spettacoli e i suoi attori e protagonisti, si potrà assistere a vere e proprie primizie. Segnaliamo il grande convegno sul rapporto Olimpico/Città ideato e condotto da Lorenzo Parolin, e con Maria Elisa Avagnina e Paolo Portoghesi. E ancora in collaborazione con l’Accademia Olimpica: i Classici Contro, Erri De Luca, Gabriele Vacis, Gabriele Pedullà, Massimo Cacciari e altri ancora.

Dopo il successo delle ultime edizioni, continuerà il lavoro di Cesare Galla alla direzione del nuovo volume Prospettive, prezioso lavoro che sintetizzerà ed estenderà il significato del 75° Ciclo, con firme prestigiose che porteranno il loro contributo.

E se l’Olimpico diventasse un Bosco?

E’ probabile che insieme a Vittorio Veneto, (Colline del Prosecco), e Cortina d’Ampezzo, (Olimpiadi invernali), Vicenza rientri nel progetto chiamato Milk Wood. Sotto il patrocinio dell’Unesco, e con l’organizzazione e l’ideazione di Arteven, (partner storico dell’Olimpico), l’idea è quella di trasformare Vicenza in un teatro vivente e pulsante per un’intera giornata. L’Olimpico, grazie all’opera di Dylan Thomas, invaderà ogni parte della città.

Per saperne di più, si rimanda al progetto in questione. Progetto da considerarsi autonomo, a cui però Vicenza e l’Olimpico parteciperanno. Riportiamo qui alcuni stralci per capire forme e contenuti.

“L’idea è quella di trasformare un intero borgo, paese, paesaggio naturale, un percorso, in un grande teatro a cielo aperto per un giorno intero. Per fare questo, però, servono un testo e, insieme, un topos capaci di accoglierlo, di esserne, più che la cornice, il luogo, il palcoscenico ‘ideale’ per il suo inscenarsi. Non vogliamo proporre una maratona teatrale fine a se stessa; ma tramutare, nell’arco di 24 ore, il posto prescelto nell’esclusiva e unica dimora teatrale di un racconto che solo lì può essere narrato e solo in quel momento. Non ci sono esperienze a livello europeo né internazionale così forti sotto il profilo dello Spettacolo dal Vivo.

Vogliamo per la prima volta sperimentare ed inscenare l’arte per eccellenza dell’illusione e dell’allusione, (il teatro), che in un giorno cambia profondamente un paesaggio umano e architettonico per giungere infine al vero colpo di teatro: il cambiamento, il camuffamento altro non son stati operati che per cogliere la verità più intima di quello stesso luogo”.

“Volevamo scegliere un grande autore europeo. Non necessariamente veneto e italiano. Anzi; cercavamo uno scrittore appositamente lontano dal nostro territorio su cui specchiarci: con una valenza e un richiamo internazionale e europeo”.

“La scelta è ricaduta su Milk Wood, (‘Under the milk wood’, letteralmente, ‘Sotto il bosco del latte’), poema in forma teatrale di folgorante bellezza, firmato dal genio di Dylan Thomas”. “Milk Wood presenta una struttura caleidoscopica, funambolica e molto complessa: sessantatre voci e personaggi che qui incontriamo nella loro essenza, carattere, aspetto… Il luogo scelto da Dylan Thomas è non a caso un piccolo villaggio del tutto immaginario chiamato Llareggub, (in cui il prefisso Llan sta per ‘luogo santo’ e Bugger all per ‘niente affatto’)”.

“Dalla notte di un giorno fino alla notte di quello successivo, Dylan Thomas ci fa entrare nei sogni di un’intera comunità”. “Il nostro immaginario Llareggub è naturalmente un borgo, un paese, una città o percorso naturalistico da scegliere e identificare nelle città di Vittorio Veneto, Cortina e Vicenza”.

“Giocando con la realtà del luogo, (i negozi storici, le case private, i luoghi di aggregazione pubblica, ma anche e soprattutto i luoghi dell’immaginario collettivo della comunità), andremo ad allestire tante postazioni quante quelle previste dall’opera di Dylan Thomas. Partendo dalla sera di un giorno fino a quella del giorno seguente, gli spettatori potranno per un giorno intero girare nel luogo prescelto assistendo a un gigantesco spettacolo itinerante”. “L’idea è quella di chiamare almeno una ventina d’attori famosissimi che andranno a presiedere le varie ‘postazioni naturali teatrali’ e che leggeranno le parti dell’opera: Ivana Monti, Sergio Muniz, Lucrezia Lante della Rovere, Sebastiano Somma, Anna Galiena, Emilio Solfrizzi, Anna Safroncik, Jane Alexander, Drusilla Foer, Giorgio Marchesi, Giuseppe Pambieri, Andrea Pennacchi e altri ancora, veneti e non)”.

Giancarlo Marinelli