Il Festival - NEMESI

Nemesi
Ogni Viso avrà Diritto alle Carezze

Giustizia Distributiva

Nemesi è la dea della giustizia. Ma a differenza di Dike, è la dea della giustizia in senso distributivo.
In Omero, Nemesi non è ancora personificata; è nominata in Esiodo, e la Teogonia la definisce come figlia della Notte e flagello dei mortali; con Pindaro e coi tragici diventa apportatrice di sventura e dispensatrice di guai a coloro che conseguono troppa felicità, (di qui la moderna dicitura di nemesi storica: per indicare un avvenimento o una serie di avvenimenti negativi che si ritiene seguano in modo quasi predestinato quale fatale compensazione ad un periodo di particolare prosperità o fortuna).
Nemesi diventa una potenza divina astratta che tutela l'ordine delle cose, ne mantiene l’equilibrio e ne opera la compensazione, definendo così la sorte di ogni uomo, la cui felicità o infelicità dovranno essere sempre e comunque il prodotto di un codice morale che, se turbato, va ripristinato immediatamente.
Tra le tante ricostruzioni mitologiche ci piace ricordare una delle leggende più belle che raccontano la sua nascita: quando Zeus si innamorò di Nemesi, la dea si tuffò nell’acqua e divenne un pesce; Zeus la inseguì trasformandosi in castoro. Nemesi balzò allora sulla riva e continuò a trasformarsi in questo o in quell’animale selvatico, ma non riuscì a liberarsi dal dio che subito assumeva la forma di animali ancora più forti e agili. Infine essa si alzò in volo in sembianza d’oca selvatica, ma Zeus divenne cigno e, trionfante, la coprì a Ramnunte, in Attica.

Come non pensare, una volta letto l’informe albero genealogico da cui Nemesi ha preso vita, al presente? Come non pensare al maledetto virus che, (si narra, si dice, dicunt: tra qualche secolo, i nostri posteri scriveranno così), sembra esser nato dai pipistrelli, passato per i pangolini, finito nel furtivo squittio dei topi, per poi ammorbare definitivamente l’uomo?
Forse che Zeus che viola e calpesta è l’Uomo, siamo noi? E la Nemesi che scappa, trasmuta, si trasforma, e alla fine si vendica, è la Natura?
Titolo fosco, inquietante, figlio di questi mesi tremendi.
Più che giustizia, Nemesi dispensa, fin qui, solo paura.

Giustizia è una Carezza

Ma ecco il ribaltamento. Ecco il verso indicato nella premessa capace di prendere la vendetta e di farla diventare un riscatto. Capace di prendere Nemesi, di non farla più scappare, di non farla più transitare per altri palpiti e corpi e creature, per guardarla in faccia in tutta la sua accecante bellezza, (pare fosse bella come e più d’Afrodite). Ecco le parole che riescono a superare persino il pensiero e lo sprezzo dei romani che la consideravano una dea da tenere a siderale distanza; una dea rifiutata, che non andava nemmeno nominata, pena gli antichi scongiuri di una ancestrale scaramanzia.
Ogni viso avrà diritto alle carezze, scrive Paul Eluard chiosando Sorelle di speranza.
Il verso di Eluard - poeta militante e come ogni grande poeta militante soprattutto un poeta d’amore - ci sembra perfetto per raccontare Il senso di Smilla per la neve direbbe Peter Hoeg.
Il senso del teatro, dei suoi lavoratori, del suo pubblico, per la Giustizia.
La nostra Nemesi, la nostra compensazione, il ripristino dell’equilibrio incrinato, la vendetta cieca chereintegra, è solo questa: ogni viso avrà il diritto alle carezze per troppo tempo negate.
Che non sono i baci e gli abbracci che a distanza si possono mimare. No, una carezza non si mima. Provate a mimare una carezza. E chi vi guarda si domanderà: “Vuole spostare qualcosa? Vuole scostare la tenda?”; o ancora e peggio: “Mi chiede forse di fare un gioco di prestigio? Forse mi avverte che mi stanno rubando qualcosa?”.

La carezza non si imita, non si mima. Si può soltanto dare.
Dunque l’Olimpico di quest’anno si prefigge di essere il Tribunale delle Carezze. Il luogo sacro deputato a distribuirle. E la celebrazione della sua Nemesi avverrà in modo sfrontato, con una ricchezza e una abbondanza di appuntamenti, quasi come nelle feste imperiali. Non avremo bisogno però di fare come gli imperatori romani che la sfruttavano per annunciare le loro iniziative di ritorsione contro le ribellioni dei barbari o dei provinciali infidi, ma che poi la presentavano solo nella luce positiva del ritorno alla pace da forgiare magari nelle monete. La Nemesi sarà una sola. La Pax, una sola. Come l’Olimpico. Perché a voler leggere Paul Eluard poco prima, “Vicino è il giorno…./ Che delle parole guerra e miseria noi rideremo/ Di quanto fu amarezza nulla resisterà/ Ogni viso avrà diritto alle carezze”.

Sorelle di Speranza

Senza volerlo, ce ne accorgiamo solo ora, alla fine del racconto. Questo Olimpico è davvero dominato dalle Sorelle di Paul Eluard. Dalle donne. Anche dalla giovinezza a ben pensarci.
No. A ben pensarci sono sempre e solo Sorelle.
Nemesi, Giustizia, Carezza, Giovinezza, Speranza. Come Vicenza.
Ogni nome è un nome di donna.

La Prima Carezza

La scelta di aprire i Classici di quest’anno con l’Histoire du Soldat non ha solo a che fare con i 50 anni dalla morte di Igor Stravinskij. C’è molto di più. C’è innanzitutto la Nemesi come in pochi altri testi di ispirazione neoclassica, (il Soldato vende il violino e l’anima al Diavolo, in cambio di una ricchezza che lo priverà di tutto; una ricchezza che lo priverà di ogni carezza, è proprio il caso di dire).
C’è la necessità del compositore russo di usare la musica, il teatro, la bellezza per metterli su un carretto viaggiante in grado di sfidare la Grande Guerra e i suoi infiniti lutti.
Ci sono la malattia, l’infezione, la povertà; ci sono tenebre con ombre lunghe come le nostre, visto che Stravinskij in Cronache della mia vita scrive: “I nostri progetti sull’ Histoire erano ben più vasti. Volevamo andar per tutta la Svizzera con il nostro carro ambulante. Ahimè, non avevamo fatto i conti con la Spagnola che mieteva vittime in tutta Europa. Non ne fummo risparmiati. Uno dopo l’altro fummo tutti colpiti. Così svanirono le nostre belle prospettive”.
Ma c’è soprattutto l’Olimpico dentro Stravinskij e Stravinskij dentro l’Olimpico.
Ci sono l’ordine, la Nemesi, c’è tutto. Scrive ancora Igor Stravinskij: “La musica è il solo dominio nel quale l’uomo realizza il presente. Causa l’imperfezione della sua natura, l’uomo è destinato a subire il passar del tempo senza poter mai rendere reale, e pertanto stabile, il presente. La musica stabilisce un ordine nelle cose, soprattutto fra ‘l’uomo’ e il ‘tempo’. E’ la stessa sensazione prodotta in noi dalla contemplazione delle forme architettoniche. Come dice Goethe: ‘L’architettura è musica pietrificata’”.
Partendo da questo assunto, naturale mettere insieme le due forme in una sola: quella della partitura dell’Histoire con quella sublime dell’Olimpico di Vicenza.

Lo spettacolo deve avere questo fine: fare dell’Olimpico musica pietrificata, e dell’Histoire di Stravinskij pietra musicata. Non è un caso che si racconti, partendo da un’antica leggenda popolare, dello scambio d’un violino tra il Soldato e il Diavolo, (quella che comunemente viene definita così: vendere l’anima al diavolo), in un viaggio di ritorno dalla guerra verso ruscelli natii, paesi dell’infanzia e promesse spose della giovinezza.
Il Soldato cerca “un ordine” nel suo Nostos, nel suo ritorno a casa; e non sa se affidarsi, per un approdo felice, al suo talento, (il violino), o ad un cambiamento repentino, (la ricchezza facile che gli offre il Diavolo attraverso un libro magico): è la metafora d’un mondo che, nel disastro della guerra, sta mutando, e non sa se sia giusto considerare la tragedia come una ferita che si deve a tutti i costi cicatrizzare e dimenticare, o se invece non sia giusto fare di quella stessa tragedia un’opportunità di cambiamento radicale.
A ben pensarci, l’Olimpico, il teatro più antico e più bello del mondo, è “un ordine” che muove però dallo stesso disordine: Scamozzi fece le Vie di Tebe per un solo spettacolo o sapendo già che quella scena sarebbe diventata una scena universale? L’architettura, per dirla con Goethe e Stravinskij, era pensata come musica pietrificata, o invece come pietra interscambiabile e sostituibile?
A dare risposta ai primi come ai secondi quesiti, interviene “il tempo” e soprattutto l’arte.
Grande parte della produzione di Stravinskij ha in fondo a che fare con l’infanzia del mondo e della civiltà: da un lato la sublimazione della leggenda popolare, (Histoire, Petruska, Pulcinella, Il Bacio della Fata); dall’altro la rivisitazione del mito classico, (Orpheus, Apollon Musagete, Oedipus Rex). Ed è proprio sull’infanzia del mondo dentro il luogo che rappresenta il culmine dell’arte classica, che si fonda l’idea di questo allestimento. Che sarà null’altro che una favola, nella convinzione che solo la fabula sia nemesi: e cioè l’ordine tra uomo e tempo.
Una favola vista ed ascoltata da un bambino, (davvero presente, al centro del proscenio, dall’inizio alla fine).
La grande facciata palladiana sarà tramutata, grazie alla multivisione di Francesco Lopergolo, nella finestra familiare che guarda il paesaggio esterno, (le Vie di Tebe che diventano via via il bosco, il ponte sul ruscello, il villaggio, il castello e ogni altro luogo della partitura); la duttile vocalità di un corpo spurio di poesia come quello di Drusilla Foer, (che farà tutte le voci esattamente come mia madre quando mi raccontava l’Histoire); la grazia principesca, la determinazione e la sapienza musicale di Beatrice Venezi alla direzione dell’ensemble dell’Orchestra del Teatro Olimpico; la coreografia originale, una mimesi danzante di Andre De La Roche, (sarà anche il Diavolo in scena), faranno dello spettacolo, la grande apertura del 74° Ciclo di Spettacoli Classici.

Giancarlo Marinelli