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Ristoratori_teatro

Il sindaco del Rione Sanità

di Eduardo De Filippo
con Eros Pagni  Vincitore del premio "Maschera del Teatro 2015" come miglior attore protagonista
regia Marco Sciaccaluga
scene Guido Fiorato
costumi Zaira de Vincentiis
musiche Andrea Nicolini
luci Sandro Sussi
produzione Teatro Stabile di Genova e Teatro Stabile di Napoli

durata: 2h40 compreso l'intervallo

Programma

Un testo shakespeariano
Il sindaco del rione Sanità è una commedia complessa che mescola comico e tragico, realismo e simbolismo (anche cristologico). Un testo abitato da un protagonista, Antonio Barracano, fondamentalmente ambiguo, essendo egli insieme un capo camorra e un idealista, una sorta di Robin Hood degli ignoranti; un personaggio la cui grandezza sta proprio nella capacità di mescolare il male e il bene, il positivo e il negativo, l'alto e il basso. È in questo senso che mi accingo a metterlo in scena come uno dei testi più shakespeariani di Eduardo. A me non sembra che sia tanto una commedia radicata in una ideologia, quanto una tragedia le cui più autentiche radici affondano nell'esistenza umana. Il sindaco non è un'analisi realistica del mondo della camorra: Barracano è un grande personaggio teatrale che rinvia innanzitutto a se stesso; è un "santo criminale" che in un certo senso anticipa Il Padrino di Brando/Coppola, pur senza la violenza e gli spargimenti di sangue che contraddistinguono il film. Del resto, sono confortato dal fatto che lo stesso Eduardo ci aveva ammoniti a non considerare questa commedia solo dal punto di vista contenutistico, ma di vederla come un testo simbolico che parla soprattutto del rapporto tra la legge e la giustizia.

La legge e la giustizia
Antonio Barracano ritiene che la legge sia un'idea astratta. Sa che anche quando i codici sono fatti bene intervengono poi gli uomini ad applicarne gli articoli secondo principi che li trascendono. È convinto che infine ciò che conta è avere "santi in paradiso". Nei confronti degli esseri umani, Barracano manifesta il più radicale pessimismo: sia quando racconta ad Arturo Santaniello come ha proceduto alla lottizzazione sotto il Vesuvio (l'invenzione della bustarella), sia quando nell'"ultima cena" spiega ai convitati che l'umanità è ancora composta da bestie, anche se "ci siamo messi i vestiti, scarpe, camicie, cravatta". Da qui, la nascita del sogno delirante di farsi giustizia da solo, di farsi carico del compito di rimettere il mondo in sesto, di contrapporre alla formalità della legge sociale, i valori di una moralità arcaica, di cui egli si è eletto a depositario, con finalità di redenzione.

Eduardo e Shakespeare
Senza esagerare, mi sembra che ci sia davvero qualcosa di shakespeariano in questo testo di Eduardo, tanto che anche il "tradimento" di Della Ragione può forse evocare senza forzatura quello di Bruto nei confronti di Giulio Cesare: entrambi tradiscono il sentimento di amicizia e fedeltà sul quale hanno edificato tutta la loro esistenza, per testimoniare la possibile nascita di un mondo nuovo. E proprio per sottolineare come questo testo sia soprattutto una tragedia radicata sull'insensatezza della vita, sto pensando di raccontarla come in flash-back, apponendo come apostrofe un piccolo prologo in cui Barracano ci racconta di essere morto, citando due versi del Riccardo II di Shakespeare: "La morte è povera cosa / ma chiude una ferita mortale". Mi sembra infatti più interessante raccontare questa commedia non come una storia in cui tutto può ancora accadere, ma come una tragedia in cui fatalmente deve accadere qualcosa. Come una storia a suspense, piuttosto che come un'avventura.

testo tratto da una conversazione con Marco Sciaccaluga, a cura di Aldo Viganò 

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