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Bailarina

Drammaturgia coreografia e regia di Daniela Mattiuzzi, Marigia Maggipinto e Patricia Zanco

Programma

Il lavoro prende il via dalla richiesta del Trento Film Festival alle autrici di indagare sulla figura di Frida Kahlo; le due registe Patricia Zanco e Daniela Mattiuzzi dopo una prima fase di ricerca, basata sulla biografia, praticamente parte integrante della vita artistica della pittrice, hanno scelto di realizzare lo spettacolo partendo dal viso e dal corpo di Frida Kahlo, visti e concepiti come specchio di un mondo che pulsa e che chiede di vivere, ma al contempo chiede di morire, elemosina felicità, stringe le emozioni e le abbraccia fino allo spasimo. La messa in scena è fondata su una poetica degli opposti e sulla forza dello sguardo e della visione, verso un percorso sempre più spinto, che indaga sulla nascita della creatività e dell’arte, a partire dallo sguardo riflesso di Frida Kahlo.
Così la performance, che vede in scena Patricia Zanco, Valentina Dal Mas e la performer Grazia Matteazzi (regia, scena, luci e drammaturgia sono di Mattiuzzi e Zanco) è fortemente centrata sulla potenza dello sguardo, sul guardarsi e l’essere visti. L'arte di Frida Kahlo diventa così un nastro legato attorno ad una bomba, a rappresentare le diverse opportunità che la vita ci dà, ma per agire sul limite ci vuole forza vitale e ancora non basta, ci vuole consapevolezza e profondo contatto con sé stessi.

NOTE DI REGIA
La biografia di Frida Kahlo è un punto di partenza. Perché ci ha colpito la sua storia, la sua reazione e azione di fronte ad un destino crudele. Frida Kahlo aveva un grande desiderio, diventare medico! Ma qualcosa si è messo di traverso o nella giusta posizione, ed è diventata il Mito che tutti noi conosciamo Frida Kahlo la Pintora. La sua vita è solo un punto di partenza per la nostra ricerca e guardare oltre l’apparenza, nel tentativo di cogliere l’indizio misterioso che genera la vita e l’arte per la vita.

"Dal momento che i miei soggetti sono stati sempre le mie sensazioni, i miei stati mentali e le reazioni profonde che la vita è andata producendo in me, ho di frequente oggettivato tutto questo in immagini di me stessa, che erano la cosa più sincera che io potessi fare per esprimere ciò che sentivo dentro e fuori di me".
(Frida Khalo)

A sei anni Frida si ammala di poliomielite con gravi problemi alla gamba destra. A diciotto anni fu vittima di un pauroso incidente, le conseguenze la tormenteranno per tutta la vita. Dopo l’incidente fu costretta a restare immobilizzata a letto, la madre pensò di regalarle uno specchio e di metterlo in modo tale che si potesse guardare, lo incastonò sul tetto del suo letto a baldacchino. Frida, immobilizzata, costretta a guardarsi. Un corpo a corpo con la sua immagine, con la sua rabbia, con il suo dolore. Lo sguardo diventa strumento che sa cogliere le trame visibili e invisibili, ricompone paesaggi della sua vita, i più luminosi e i più bui in un insieme di elementi eterogenei in relazione tra loro. La capacità dell’occhio, paragonato allo sguardo dell’aquila e alla violenza del lupo, una trasparenza che bandisce ogni segreto. Lo sguardo di Frida è lo sguardo che non cede, che trasforma il dolore in medicina, alla fonte c’è la necessità, l’esigenza, nonostante il destino, nonostante il dolore, di vivere, di comunicare. Nella trasparenza del ricordo l’intreccio appare più nitido; e il mistero? Rimane mistero.

Tra la gioia e il dolore non c’è mediazione, c’è la vita, c’è la lotta, questa lotta garantisce l’equilibrio del mondo.  
(Patricia Zanco)

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